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ISTITUITO CENTRO STUDI DIFESA AUTORI E LIBERTA’ INFORMAZIONE (ANSA)

Tullio Camiglieri

Tullio Camiglieri

ROMA, 18 NOV – E’ nato oggi a Roma il Centro Studi per la Difesa dei Diritti degli Autori e per la Liberta’ di informazione. L’incarico di coordinatore del centro e’ stato affidato a Tullio Camiglieri. ”La Rete e’ un ambiente libero e deve restare tale, ha detto Camiglieri – ma non è piu’ tollerabile che sia consentito ad alcuni di continuare a calpestare i diritti dei produttori di contenuti e degli operatori dell’informazione. Oggi, attraverso motori di ricerca, c’e’ la possibilita’ di accedere in modo rapido, con dei ‘link’, ad articoli, film e video protetti da copyright, con il rischio che la capacita’ di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire. Produrre informazione costa, come costa produrre intrattenimento. La nascita di questo Centro Studi rappresenta un segnale molto importante per la tutela dei diritti di chi produce contenuti audiovisivi, cinema, giornali, libri: aziende che investono grandi capitali dando lavoro a centinaia di migliaia di persone’‘. ”E’ del tutto evidente – ha aggiunto – che se la situazione continuerà a peggiorare, gli editori non avranno piu’ ragione d’investire le loro risorse in questi settori. La libertà di stampa passa attraverso la valorizzazione del lavoro dei giornalisti e la tutela degli investimenti degli editori; anche il mondo della produzione cinematografica chiede da tempo il rispetto per il lavoro degli autori, degli artisti e dei produttori”. ‘‘E’ tutto il mondo della produzione – ha concluso Camiglieri – che pretende attenzione. Da qui dovremo partire per i nostri lavori di studio e di ricerca a tutela degli investitori. Una nazione che non sa difendere la propria industria culturale e’ condannata a non avere un grande futuro. Dovremo essere capaci di creare tutti i presupposti per garantire un futuro alla produzione di contenuti e alla liberta’ di informazione, non delegabile solo a degli algoritmi”. (ANSA). VL 18-NOV-09 17:55 NNN

Media: Camiglieri coordinatore Centro Studi diritti autori

ROMA (MF-DJ)–E’ nato oggi a Roma il Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e per la liberta’ di informazione che ha affidato a Tullio Camiglieri l’incarico di coordinatore. “La Rete e’ un ambiente libero e deve restare tale, ma non e’ piu’ tollerabile che sia consentito ad alcuni di continuare a calpestare i diritti dei produttori di contenuti e degli operatori dell’informazione. Oggi, attraverso motori di ricerca, c’e’ la possibilita’ di accedere in modo rapido, con dei “link”, ad articoli, film e video protetti da copyright, con il rischio che la capacita’ di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire. Produrre informazione costa, come costa produrre intrattenimento. La nascita di questo Centro Studi rappresenta un segnale molto importante per la tutela dei diritti di chi produce contenuti audiovisivi, cinema, giornali, libri: aziende che investono grandi capitali dando lavoro a centinaia di migliaia di persone“, dichiara Camiglieri.

E’ del tutto evidente – prosegue – che se la situazione continuera’ a peggiorare, gli editori non avranno più ragione di investire le loro risorse in questi settori. La liberta’ di stampa passa attraverso la valorizzazione del lavoro dei giornalisti e la tutela degli investimenti degli editori; anche il mondo della produzione cinematografica chiede da tempo il rispetto per il lavoro degli autori, degli artisti e dei produttori“.

E’ tutto il mondo della produzione che pretende attenzione. Da qui dovremo partire per i nostri lavori di studio e di ricerca a tutela degli investitori. Una nazione che non sa difendere la propria industria culturale è condannata a non avere un grande futuro. Dovremo essere capaci di creare tutti i presupposti per garantire un futuro alla produzione di contenuti e alla libertà di informazione, non delegabile solo a degli algoritmi“, conclude.

com/pev

INFORMAZIONE: NASCE CENTRO STUDI DIFESA DIRITTI AUTORI E LIBERTA’ (ASCA) – Roma, 18 nov – E’ nato oggi a Roma il Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e per la liberta’ di informazione che ha affidato a Tullio Camiglieri l’incarico di coordinatore. ”La Rete – spiega Camiglieri – è un ambiente libero e deve restare tale, ma non e’ piu’ tollerabile che sia consentito ad alcuni di continuare a calpestare i diritti dei produttori di contenuti e degli operatori dell’informazione. Oggi, attraverso motori di ricerca, c’e’ la possibilita’ di accedere in modo rapido, con dei ‘link’, ad articoli, film e video protetti da copyright, con il rischio che la capacita’ di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire”. Secondo Camiglieri ”produrre informazione costa, come costa produrre intrattenimento. La nascita di questo Centro Studi rappresenta un segnale molto importante per la tutela dei diritti di chi produce contenuti audiovisivi, cinema, giornali, libri: aziende che investono grandi capitali dando lavoro a centinaia di migliaia di persone”. E’ del tutto evidente – prosegue – ”che se la situazione continuera’ a peggiorare, gli editori non avranno piu’ ragione di investire le loro risorse in questi settori. La liberta’ di stampa passa attraverso la valorizzazione del lavoro dei giornalisti e la tutela degli investimenti degli editori; anche il mondo della produzione cinematografica chiede da tempo il rispetto per il lavoro degli autori, degli artisti e dei produttori”.

Secondo Camiglieri ”e’ tutto il mondo della produzione che pretende attenzione. Da qui dovremo partire per i nostri lavori di studio e di ricerca a tutela degli investitori. Una nazione che non sa difendere la propria industria culturale e’ condannata a non avere un grande futuro. Dovremo essere capaci di creare tutti i presupposti per garantire un futuro alla produzione di contenuti e alla liberta’ di informazione, non delegabile solo a degli algoritmi”. red-glr/mcc/alf 181723 NOV 09 NNNN

E’ nato il Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori Roma, 18 NOV (Velino) –La Rete e’ un ambiente libero e deve restare tale, ma non e’ piu’ tollerabile che sia consentito ad alcuni di continuare a calpestare i diritti dei produttori di contenuti e degli operatori dell’informazione“. Così Tullio Camiglieri, coordinatore del neonato Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e per la liberta’ di informazione. “Oggi, attraverso motori di ricerca, c’e’ la possibilita’ di accedere in modo rapido, con dei ‘link’, ad articoli, film e video protetti da copyright, con il rischio che la capacita’ di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire. Produrre informazione costa, come costa produrre intrattenimento – afferma Camiglieri -. La nascita di questo Centro Studi rappresenta un segnale molto importante per la tutela dei diritti di chi produce contenuti audiovisivi, cinema, giornali, libri: aziende che investono grandi capitali dando lavoro a centinaia di migliaia di persone“. (segue) (com/dbr) 181702 NOV 09 NNNN

E’ nato il Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori (2) Roma, 18 NOV (Velino) –E’ del tutto evidente – prosegue Camiglieri – che se la situazione continuera’ a peggiorare, gli editori non avranno piu’ ragione di investire le loro risorse in questi settori. La liberta’ di stampa passa attraverso la valorizzazione del lavoro dei giornalisti e la tutela degli investimenti degli editori; anche il mondo della produzione cinematografica chiede da tempo il rispetto per il lavoro degli autori, degli artisti e dei produttori“. “E’ tutto il mondo della produzione che pretende attenzione – sottolinea Camiglieri -. Da qui dovremo partire per i nostri lavori di studio e di ricerca a tutela degli investitori. Una nazione che non sa difendere la propria industria culturale e’ condannata a non avere un grande futuro. Dovremo essere capaci di creare tutti i presupposti per garantire un futuro alla produzione di contenuti e alla liberta’ di informazione, non delegabile solo a degli algoritmi“. (com/dbr) 181702 NOV 09 NNNN

18/11/2009  NASCE CENTRO STUDI DIFESA DIRITTI AUTORI. CAMIGLIERI COORDINATORI – ITALPRESS

INFORMAZIONE: NASCE CENTRO STUDI PER DIFESA DIRITTI AUTORI E PER LIBERTA’ NOMINATO COORDINATORE TULLIO CAMIGLIERI

Roma, 18 nov. – (Adnkronos) – E’ nato oggi a Roma il Centro Studi per la difesa dei diritti degli autori e per la liberta’ di informazione che ha affidato a Tullio Camiglieri l’incarico di coordinatore.”La Rete e’ un ambiente libero e deve restare tale -ha detto Camiglieri- ma non è piu’ tollerabile che sia consentito ad alcuni di continuare a calpestare i diritti dei produttori di contenuti e degli operatori dell’informazione. Oggi, attraverso motori di ricerca, c’e’ la possibilita’ di accedere in modo rapido, con dei ‘link’, ad articoli, film e video protetti da copyright, con il rischio che la capacita’ di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire. Produrre informazione costa, come costa produrre intrattenimento”. ”La nascita di questo Centro Studi -ha proseguito Camiglieri- rappresenta un segnale molto importante per la tutela dei diritti di chi produce contenuti audiovisivi, cinema, giornali, libri: aziende che investono grandi capitali dando lavoro a centinaia di migliaia di persone. E’ del tutto evidente -spiega- che se la situazione continuera’ a peggiorare, gli editori non avranno piu’ ragione di investire le loro risorse in questi settori. La liberta’ di stampa passa attraverso la valorizzazione del lavoro dei giornalisti e la tutela degli investimenti degli editori; anche il mondo della produzione cinematografica chiede da tempo il rispetto per il lavoro degli autori, degli artisti e dei produttori”. ”E’ tutto il mondo della produzione che pretende attenzione -sottolinea Camiglieri- Da qui dovremo partire per i nostri lavori di studio e di ricerca a tutela degli investitori. Una nazione che non sa difendere la propria industria culturale e’ condannata a non avere un grande futuro. Dovremo essere capaci di creare tutti i presupposti per garantire un futuro alla produzione di contenuti e alla liberta’ di informazione, non delegabile solo a degli algoritmi’‘.

(Toa/Pn/Adnkronos) 18-NOV-09 18:22 NNNN

News Corp annuncia che entro pochi mesi i suoi contenuti usciranno dalle indicizzazioni del search engine di Mountain View. Per alcuni, si scatenerà l’effetto domino. Con Bing appostato dietro l’angolo

C’è chi ha fatto notare come tutto questo assomigli al cliché cinematografico del cosiddetto stallo alla messicana, situazione in cui due o più personaggi si tengono sotto tiro a vicenda con delle armi da fuoco. Solo che non si tratta di un film di Quentin Tarantino, ma delle reali vicende che da tempo ruotano intorno ad aggregatori di news online e motori di ricerca come quello di Google. L’ultimo sceriffo in giacca nera a presentarsi sulla scena degli ormai noti ladri di contenuti non si chiama Mr. Orange, bensì Jason Calacanis: CEO della web directory Mahalo. Durante una recente puntata del web show This Week in Startups (TWiST), Calacanis ha suggerito un modo efficace per uccidere Google nel momento in cui i grandi colossi editoriali come quello del magnate Rupert Murdoch decideranno di uscire dalle indicizzazioni del search engine di Mountain View. BigG si ritroverebbe così in una situazione veramente difficile, perché i contenuti del Wall Street Journal e del New York Times potrebbero volare presto verso altri lidi, verso gli indici di un competitor come Bing.

È materialmente possibile provocare un forte impatto sul business di Google – ha commentato Calacanis – perché potrebbe arrivare a perdere 10, 20 punti di share in appena un anno. Questo se i primi dieci editori decideranno di uscire dalle sue indicizzazioni“. E sicuramente uno di questi dieci ha già comunicato a Mountain View la sua ultima volontà: escludere i siti che fanno capo a NewsCorp dalle farabutte scorribande di un vampiro succhianews. La stessa Google aveva risposto per le rime alle dichiarazioni di Murdoch, spiegandogli che sarebbe bastato chiedere per ottenere immediatamente la rimozione dagli indici.

E infatti di rimozione si è nuovamente parlato, per bocca di Jonathan Miller, chief digital officer di News Corp (nonché ex-collega di Calacanis ad AOL). Miller ha ribadito che il tycoon australiano provvederà alla rimozione totale delle proprie fonti dal search engine e dal news aggregator di BigG e che tutto questo avverrà presto, entro alcuni mesi. Durante il Monaco Media Forum, Miller ha dipinto una fosca situazione di tensione nello scontro tra un modello free e uno a pagamento. Situazione che, a suo dire, dovrà essere sbloccata perché la lettura gratuita delle notizie online non ne valorizza l’alta qualità né fa bene alla stessa sopravvivenza del settore editoriale.

Non sembra eccessivamente preoccupato Jonathan Miller, nemmeno davanti alle recenti analisi di Experian Hitwise che hanno rivelato alcuni dati significativi: Google e Google News costituiscono i principali percorsi di traffico verso le pagine online del WSJ, con una percentuale prossima al 25 per cento. “Il traffico che proviene da Google – ha spiegato l’uomo di Murdoch – porta con sé un consumatore che al massimo legge un articolo e poi lascia il sito. Si tratta di un traffico non particolarmente profittevole. L’impatto derivante dal non essere indicizzati da Google non è così devastante come si crede. Sopravviveremo ugualmente“.

Ancora una volta, da Google sono piovuti messaggi sereni, sottolineando come un modello a pagamento non sia una catastrofe per il futuro di Mountain View. BigG sarà flessibile davanti a nuovi modelli di business, ha spiegato il business product manager Josh Cohen, che ha poi avvertito gli editori in rotta verso i micropagamenti. “Se inizierete a far pagare – ha commentato Cohen – allora aspettatevi meno traffico, oltre al fatto che i vostri competitor si riveleranno particolarmente entusiasti nel raccogliere quello che avete fatto cadere sulla strada“.

Miller, intanto, si è dichiarato fiducioso sulla possibilità che altri editori seguano le orme di NewsCorp, sulla scia delle profezie di Calacanis. Sicuramente uno di questi è già Associated Press che sta ulteriormente calcando la mano sulla questione dei pagamenti nei confronti dei suoi contenuti. Tom Curley, a capo di AP, ha annunciato che chiederà a BigG di creare un registro per le news, in modo da ottenere rank più alti rispetto ai blog truffaldini che proliferano nel web come presunti parassiti.

Tornando alle dichiarazioni di Calacanis, un motore di ricerca che potrebbe avvantaggiarsi del fuoco divampante delle polemiche è Bing. Come riportato da TechCrunch Europe, pare esserci stato nel Regno Unito un incontro segreto tra responsabili di Microsoft e un gruppo di editori europei, principalmente legati a quotidiani.La strada apparirebbe chiara: presto Bing potrebbe accaparrarsi l’esclusiva per tutte quelle fonti giornalistiche stanche del comportamento da Bela Lugosi di Google.

Microsoft sarebbe così pronta ad investire nella ricerca relativa allo standard Automated Content Access Protocol (ACAP), per permettere ad autori ed editori di dettare condizioni e termini d’uso ad aggregatori online e motori di ricerca. Un modo per mettere le mani su un protocollo apparentemente destinato a rimpiazzare il largamente utilizzato robots.txt che già di per sé permette agli editori di scegliere tra due amletiche opzioni: indicizzare o non indicizzare.

Sulla querelle tra Murdoch e Mountain View è intervenuto anche Carlo Malinconico, presidente della Federazione Italiana Editori Giornali (FIEG), che ha parlato di contenuti da valorizzare perché frutto di una ricchezza creata dalle aziende con investimenti e creazione di posti di lavoro. “Non c’è nessuna avversione nei confronti di Internet né di Google – ha spiegato Malinconico – le nostre preoccupazioni sono che la produzione di ricchezza, che costa, vada svilita dal fatto che in rete attraverso i motori vi sia la possibilità di accedere in modo rapido, con dei link, a degli articoli. Il rischio è che alla fine la capacità di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire“.

Uno degli interrogativi finali, tuttavia, riguarderebbe gli utenti, i lettori. Saranno disposti a pagare per qualcosa che sinora hanno ottenuto in maniera gratuita? Una recente ricerca del Boston Consulting Group ha fatto emergere che gli utenti statunitensi sono meno disposti a pagare per i contenuti online rispetto ad altre nazioni europee. Si tratterebbe di una percentuale favorevole del 48 per cento negli Stati Uniti contro una del 60 per cento nel Vecchio Continente. A sorpresa, i lettori statunitensi pagherebbero in media un obolo di 3 dollari al mese, meno della metà di quello che sborserebbero gli italiani: 7 dollari (4,6 euro) ogni 30 giorni pur di fruire dei contenuti insostituibili di quotidiani e periodici.

Mauro Vecchio – Punto Informatico

Riportiamo questo articolo dalla testata Punto Informatico in quanto pubblicato sotto licenza Creative Commons

Non intende dichiarare guerra ai motori di ricerca come ‘Google News‘, ma certo è forte la preoccupazione che la produzione di contenuti possa essere distrutta dall’attuale assenza di regole certe e adeguate ai tempi.

E’ questo il pensiero espresso dal presidente della Fieg Carlo Malinconico che ha ricordato come la FIEG  ”si sia mossa anche con un esposto all’Antitrust per la tutela dei contenuti editoriali”. Contenuti ”che rappresentano -spiega- una ricchezza creata dalle aziende con investimenti e creazione di posti di lavoro”.

Intervenuto alla cerimonia di consegna dei premi intitolati alla memoria di Giovanni Giovannini, Malinconico ha sottolineato come da parte degli editori italiani ”non c’e’ nessuna avversione nei confronti di internet ne’ di Google o di altri aggregatori di notizie”. ”Le nostre preoccupazioni sono che la produzione di ricchezza, una produzione che costa, vada svilita dal fatto che in rete attraverso motori di ricerca vi sia la possibilità di accedere in modo rapido, con dei link, a degli articoli e il rischio che alla fine la capacità di creare contenuti editoriali si impoverisca fino a svanire”. Insomma non c’e’ nessun fatto ”vetero-nostalgico” sulla necessità che il lettore vada in edicola a comprare il giornale: ”la preoccupazione e’ che esistono motori di ricerca per cui non c’e’ nessuna regola”.

Il boss di NewsCorp rispolvera la sua idea di pay-per-news e minaccia l’esodo del suo network da Google. Scettici gli addetti ai lavori

Escludere i siti che fanno capo a NewsCorp dagli indici di Google. Denunciare il fair use e far pagare le news online come i quotidiani cartacei. Lo ha ribadito Rupert Murdoch in un’intervista rilasciata a Sky News.

Negli ultimi tempi il magnate di origine australiana si è scagliato più volte contro quelli che lui stesso ha definito “ladri di contenuti”, il cui crimine sarebbe quello di linkare un articolo di giornale. “Se i consumatori – ha dichiarato Murdoch – sono felici di pagare per leggere i giornali di carta non vedo perché non debbano essere altrettanto felici per leggere le stesse notizie online“.

In cima alla lista dei cattivi stilata da Murdoch c’è Google che, raccogliendo nella sezione News articoli da quasi ogni sito di informazione esistente, sminuirebbe il ruolo dell’advertising, strumento fondamentale per la sopravvivenza dell’editoria online. “Presto – ha spiegato il magnate – faremo in modo che i nostri siti non compaiano più nelle pagine di Google“.

Sempre secondo Murdoch migliaia di blogger dovrebbero essere denunciati: linkano e commentano un articolo per il quale non hanno sborsato un centesimo e pertanto vanno puniti. “Il fair use è una pratica illegale che andrebbe affrontata in sede giuridica” ha concluso il proprietario di NewsCorp.

Tuttavia a contrastare quella che il Guardian ha definito “la costruzione di un pay-wall per il Web” potrebbero intervenire le autorità Antitrust. Esperti britannici hanno sottolineato come questa ipotesi possa tradursi in realtà nel caso Murdoch dovesse riuscire nel suo intento.

Giorgio Pontico – Punto Informatico

Riportiamo questo articolo in quanto pubblicato sotto licenza Creative Commons

Ieri ho detto delle cose sul giornalismo a un convegno di Telecom a Venezia dedicato al “futuro dei media”. Mi ero scritto un appuntone che poi ho seguito a pezzi e bocconi e ho dovuto molto sintetizzare. Lo metto online qui: è più chiaro ed esteso delle cose che ho detto un po’ precipitosamente, ma manca del conforto di alcune immagini, che sono online qui.

Io ho una sola idea chiara sul futuro dei media: ed è che nessuno ne abbia la minima idea. E credo che questo sia inevitabile, per due ragioni.
– La prima è che non abbiamo quasi mai idea di niente. Da qualche tempo le cose avvengono in modi imprevisti, soprattutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, e se a volte alcune di queste sembrano svilupparsi in modi che qualcuno aveva preso in considerazione, questo avviene a fronte di altre dieci previsioni sbagliate per ognuna che somigli alla realtà. Immaginiamo di esserci trovati qui solo cinque anni fa, e chiediamoci se avremmo assistito a una serie di interventi che illustravano il prossimo boom di Twitter, di Facebook, delle applicazioni per iPhone. Non c’era nemmeno YouTube, né l’iPhone stesso, cinque anni fa. Per non parlare di Obama.
Forse avremmo potuto annunciare l’avvento di un telefono Apple, o dei libri elettronici. Ma del primo non avremmo saputo dire altro se non che sarebbe stato un iPod col telefono, e lo andavamo ripetendo dal 2002. Di certo non il computer tascabile che ha colonizzato il mondo. E dei libri elettronici – un’ovvietà – si parla da ancora prima e ci sono voluti dieci anni perché apparisse un modello che sembra avere qualche iniziale stabilità sul mercato. Qualcuno immaginava l’avrebbe fatto Amazon? E domani esce il lettore di Barnes & Noble: cosa saranno diventati tra due, tre anni? E non parlo di tutte le “next big things” di cui abbiamo annunciato il rivoluzionario successo, in questi stessi anni: da Second Life a Knol di Google, a Cuil, alla realtà virtuale così come veniva disegnata, alla fine della telefonia, cose anche interessanti ma che di certo non sono diventate “il futuro di” niente.
– La seconda ragione di cautela nell’azzardare previsioni è che la rivoluzione che sta travolgendo da alcuni anni il mondo dei media giornalistici ha coinvolto variabili davvero impensabili e impensate: quello che le nuove tecnologie hanno sovvertito nel mondo della fruizione della musica e della sua industria era in fondo abbastanza prevedibile fino dai primi passi di Napster, se non prima, per fare un esempio. Anche quello che sta avvenendo con i libri elettronici segue l’idea che ne avevamo da quando cominciammo a parlarne, più di dieci anni fa. Rivoluzioni, ma su orizzonti chiari da tempo.
Per quello che riguarda i giornali, gli scenari mostrano invece una caotica nuvola di geniali fantasie, panico da catastrofe economica, terrore del domani e scoppiettio continuo di nuove forme di diffusione delle informazioni. Trovarne il bandolo è divenuta questione da miliardi di dollari, ma l’approccio della ricerca del bandolo potrebbe non essere il più lungimirante: metti che non ci sia un bandolo?
Con questo non voglio togliere ogni senso a questa discussione – le discussioni sono proficue e fertili anche se non si concludono in sintesi e soluzioni: sono percorsi, e non dovrebbero servire a capire cosa sarà il futuro, ma dovrebbero servire a costruirlo, il futuro: il futuro è quello che ne facciamo noi, mica accade per caso – ma voglio invece indicare un’auspicabile possibilità per il futuro dei media: ovvero quella di smettere di pretendere di individuare ogni giorno un diverso futuro dei media. I media saranno quel che sapremo farne, noi o qualcun altro più bravo di noi.

Quindi per capire cosa saranno i media del futuro, vediamo di capire cosa sono i media del presente, e provo a spiegare perché ho chiamato questo mio intervento “il darwinismo applicato ai media”. Inciso: sì, dico “midia”, nella pronuncia inglese. Un po’ per abitudine e perché penso che le pignolerie linguistiche siano una delle grandi pigrizie che sostituiamo a impegni più ambiziosi, e un po’ perché la natura dei media di cui parliamo ha molto più a che fare con la cultura americana che con quella degli antichi romani.
Mi interessa fare un discorso che abbia a che fare peculiarmente con l’Italia, perché penso che il nostro paese meriti maggiori chances di partecipazione all’innovazione tecnologica e culturale di quelle in cui lo hanno rintanato le mediocrità umane che ne hanno governato politiche e cultura negli ultimi decenni. E credo che ci siano gigantesche opportunità di miglioramento in questo senso.
La qualità dell’informazione e del giornalismo in Italia è a livelli bassissimi. Ma non voglio dirlo io, che ho un atteggiamento critico da così tanto tempo che a volte mi sento io stesso una specie di troll dei mezzi di comunicazione tradizionali, che pure frequento assiduamente scrivendo per molti giornali di carta (quelli per cui scrivo io a me sembrano i migliori, ma capirete che sono poco obiettivo).
Userò invece le parole impiegate dagli stessi giornali e tg italiani per illustrare le potenziali e reali minacce per l’informazione in arrivo dalla rete e dalle nuove tecnologie. È interessante vedere come si sia ultimamente ribaltato il rapporto tra i grandi organi di informazione e gli utenti della rete e i blogger che ne sono stati – e ne sono ancora – oltre che fruitori ed esaltatori, grandi critici spesso oltre il limite del capriccio: pulci attaccate alla schiena di cui i giornali avrebbero potuto liberarsi con una grattata di proboscide, o con una minima dose di fact-checking e accuratezza. Invece insicurezze, code di paglia, piccole vanità e permalosità hanno creato una sindrome da assedio nelle redazioni, e oggi non passa giorno che non si leggano nei maggiori quotidiani accuse risentite o frecciatine dirette al dilettantismo della rete, all’inaffidabilità dei blog, alle turpitudini di internet. L’altroieri Massimo Gaggi, bravissimo e competente inviato del Corriere ha scritto un editoriale sulle nuove tecnologie applicate all’informazione, preoccupato di come potremo “continuare a discutere serenamente di politica quando si diffonderà l’uso di strumenti di questo tipo”: sarebbe stata un’obiezione interessante, se a qualcuno risultasse che in questo paese a oggi si discuta serenamente di politica, nei media tradizionali. E vengo al punto.

I media tradizionali accusano la rete di devastare la qualità dell’informazione in quattro modi diversi.

  • Uno è la diffusione di notizie infondate, inaffidabili, false, non verificate.
  • Il secondo è il saccheggio del lavoro prodotto da altri, per ottenerne traffico e guadagni senza alcun merito.
  • Il terzo è l’eccesso di autoreferenzialità e ombelichismo dei contenuti in rete.
  • Il quarto è la riduzione di ogni dibattito e confronto a polemiche aggressive e violente.

E non c’è dubbio che ognuna di queste accuse abbia una sua parte di fondamento. Ma la cosa che dobbiamo capire è se siano le nuove tecnologie a introdurre queste deviazioni nel sistema dell’informazione, o se esse non esistano già solidamente insediate nei media tradizionali. Rivediamole una alla volta, queste accuse formulate a internet, in relazione ai media tradizionali.

Uno: la diffusione di notizie infondate, inaffidabili, false, non verificate.
Quando alla Gazzetta dello Sport mi proposero una rubrica settimanale di notizie uscite sui giornali che poi si sarebbero rivelate false (o che lo erano già palesemente) fui preoccupato di trovare materiale con abbastanza frequenza. Oggi, due anni e mezzo dopo, quella rubrica potrebbe avere frequenza doppia, e costituisce un repertorio indiscutibile di prove a carico dell’inaffidabilità dell’informazione italiana. Ci sono sostanzialmente tre tipi di falsità giornalistiche: quelle per cialtroneria che non sa e non controlla, quelle per adesione a un comunicato stampa o sondaggio, quelle per tifoseria politica. Vi mostro un po’ di esempi.
Due: il saccheggio del lavoro prodotto da altri, per ottenerne traffico e guadagni senza alcun merito.
Come sapete, ormai gran parte dei contenuti dei nostri quotidiani (non dico poi I telegiornali) non sono prodotti all’interno delle redazioni. Se trascuriamo le notizie di agenzia e gli articoli tradotti – che vengono ricompensati – e i comunicati stampa risistemati, una grande quantità di articoli (quasi tutti quelli degli inviati all’estero) altro non sono se non il riassunto o la copia di cose lette sui giornali stranieri o su internet.
Tre: l’eccesso di autoreferenzialità e ombelichismo dei contenuti dibattuti in rete.
C’è bisogno di sottolineare quanta parte delle loro pagine e palinsesti, giornali e tv dedichino a parlare di ciò che esce su giornali e tivù? E di quanto I giornali si occupino delle polemiche politiche e le polemiche politiche nascano dai giornali o per andare sui giornali? Ci siamo abituati a tutto, ma provate a guardarlo in modo distaccato, una volta.
Quattro: la riduzione di ogni confronto e dibattito a polemiche aggressive e violente.
E non mi pare che esista un periodo migliore (o peggiore) di questo, per mostrare quanto questa attitudine trovi il suo regno negli andamenti dei media tradizionali.

Qualche tempo fa Barack Obama ha illustrato i suoi timori sulla scomparsa del giornalismo di qualità e la paura che in rete prevalga un’informazione “all opinions, with no serious fact-checking, no serious attempts to put stories in context”. La paura è fondata e va affrontata, ma la soluzione non è di certo il giornalismo dei media tradizionali com’è oggi in Italia: “all opinions, with no serious fact-checking, no serious attempts to put stories in context”.

E quindi l’informazione del futuro non andrà tanto dove la portano le nuove tecnologie, ma dove la portiamo noi umani: e al momento non la stiamo portando in un bel posto, tecnologie o no. Il futuro dell’informazione, come ha scritto oggi sullo Huffington Post Craig Newmark di Craiglist, dev’essere fatto di credibilità e fiducia.
Non voglio chiudere questo intervento assolvendo chi ha fatto o non ha fatto informazione online in Italia in questi anni. Uno strumento per l’arricchimento e la modernizzazione di questo quadro avrebbe potuto essere la rete, e i suoi nuovi modi di fare giornalismo e informazione. Ma in Italia, malgrado una diffusione di iniziative in rete abbastanza precoce, la qualità e la forza di queste iniziative sono rimaste piuttosto primitive. I blog, le loro variazioni, i giornali online, non hanno mai prodotto contenuti davvero notevoli e competitivi, e non sono mai entrati nel dibattito giornalistico e politico, salvo occasionali e deboli eccezioni.
La colpa è un po’ di tutti. È dei media tradizionali che hanno un generale problema di modernità, e un particolare limite di superficialità e ignoranza nei confronti della rete: i contenuti che arrivano dal web sono tuttora trattati da giornali e tv come irrilevanti, sono capiti poco, e usati solo nell’ambito dello strano-ma-vero, o quando somigliano alle curiosità abituali dei media tradizionali.
Ma è colpa anche dei blogger e dei produttori di contenuti in rete, che non hanno mai fatto un salto di qualità nell’informazione e nel commento giornalistico, mantenendosi tra i racconti personali, le arguzie di vita quotidiana e le opinioni dilettantesche.
Ed è anche colpa di quel settore di professionisti – giornalisti, opinionisti, accademici, esperti in generale – che negli Stati Uniti hanno investito nei blog e nella rete per tempo, mettendosi in concorrenza con le altre fonti di informazione, e che in Italia non lo hanno fatto, per pigrizia, ignoranza, attaccamento al presunto prestigio della carta stampata e ai suoi ritorni economici.
Infine, è colpa del mercato e dei suoi operatori: il primo non ha offerto grandi chances competitive alle iniziative in rete, i secondi non hanno investito sufficienti impegni o pensieri nelle chances esistenti.

Come hanno osservato in molti, lo scenario più plausibile rispetto all’informazione dei prossimi anni – parlo di pochissimi anni prevedibili: solo nel 2025 smetteremo di morire, secondo alcuni, e questo cambierà parecchie cose – è quello di un affollamento di fonti e canali di informazione di generi molto diversi. Un simile disordine è oggi spaesante per chi è abituato alle semplificazioni in categorie – giornali, radio, tv; fatti separati dalle opinioni; eccetera – ma ci stiamo già abituando: il disordine e l’accavallamento di contenuti non sono negativi di per sé. In questo disordine, la selezione naturale eliminerà molti produttori di informazione consolidati: di certo perderemo qualcosa – ogni cambiamento implica una perdita: ma questo avviene già da sempre, e ognuno ha I suoi esempi di prodotti editoriali che non esistono più e gli mancano – e altrettanto certamente molto di quel che perderemo saranno duplicati, superfluo, cose non indispensabili al nostro progresso culturale e sociale.
Ma io credo che i più forti si adatteranno e sopravviveranno, perché non c’è dubbio che il buon giornalismo è un’arte straordinaria e di cui c’è tuttora richiesta, se esso si dispone a collaborare per cambiare il mondo e non solo ad esserne cambiato. Le tecnologie, dai readers al mobile fino all’Apple Tablet di cui ora si parla insistentemente anche per quel che significherà nella distribuzione di news, modificheranno senz’altro – lo hanno già fatto – il nostro rapporto con le informazioni: ma offrono anche grandi opportunità per reinvestire in grandi qualità giornalistiche. Ciò che può salvare il giornalismo, qualunque forma esso assuma, e che manca oggi a molto di quello che viene prodotto in rete, è il ricorso a una cosa che si chiama retoricamente e banalmente etica. L’etica del fare le cose bene, l’etica della correttezza, l’etica della qualità, l’etica della verità. La vecchia idea, come ha scritto Mark Bowden sull’Atlantic Monthly, che quello che stai facendo è scrivere quello che pensi tu, e non quello che pensa qualcun altro, sia il tuo caporedattore, il tuo editore, lo stilista o il produttore di videogiochi che ti manda gli omaggi, o la tua curva politica:
Journalism, done right, is enormously powerful precisely because it does not seek power. It seeks truth

Luca Sofri – Wittgenstein

La Commissione europea ha adottato oggi una comunicazione relativa al diritto d’autore nell’economia della conoscenza per raccogliere le importanti sfide, culturali e giuridiche, associate alla digitalizzazione e alla diffusione su vasta scala dei libri, in particolare delle collezioni delle biblioteche europee. La Comunicazione è stata elaborata congiuntamente dai commissari Charlie McCreevy e Viviane Reding. Le biblioteche digitali, quali Europeana ( http//www.europeana.eu ), offriranno ai ricercatori ed ai consumatori di tutta l’Europa nuovi strumenti per accedere alla conoscenza. Per far ciò, tuttavia, la Commissione dovrà trovare una soluzione per le opere orfane che, a causa dell’incertezza quanto ai titolari dei loro diritti, spesso non possono essere digitalizzate. Un altro obiettivo fondamentale della comunicazione consiste nel migliorare la diffusione e l’offerta di opere presso i potatori di handicap, segnatamente i non vedenti.

In occasione dell ’adozione della comunicazione, i commissari McCreevy e Reding hanno sottolineato che il dibattito sull’intesa raggiunta negli Stati Uniti su Google Books ha mostrato ancora una volta che l’Europa non può rimanere indietro di fronte alla sfida del digitale. “Dobbiamo valorizzare l’Europa come centro di creatività e di innovazione. Il vasto patrimonio di cui le biblioteche europee dispongono non può languire ma deve diventare accessibile ai nostri concittadini”, ha dichiarato il commissario McCreevy, responsabile per il mercato interno.

La commissaria Reding, responsabile per la società dell’informazione e i media, ha aggiunto: “In tutto il mondo sono già state lanciate importanti attività di digitalizzazione. L’Europa deve cogliere quest’opportunità per assumere l’iniziativa e garantire che la digitalizzazione dei libri avvenga conformemente alla legislazione europea in materia di diritti d’autore e nel pieno rispetto della diversità culturale europea. L’Europa, dotata di un ricco patrimonio culturale, ha molto da offrire e da guadagnare con la digitalizzazione dei libri. Se agiremo con prontezza, le soluzioni europee promotrici della competitività per la digitalizzazione dei libri potranno senz’altro diventare operative prima delle soluzioni attualmente previste negli Stati Uniti con l’ intesa su Google Books “.

Questa comunicazio ne verte sulle azioni che la Commissione intende lanciare: conservazione digitale e diffusione di materiale scientifico e culturale nonché delle opere orfane ed accesso alle conoscenze per i portatori di handicap. Le sfide individuate oggi dalla Commissione emergono dalla consultazione pubblica effettuata lo scorso anno su un Libro verde ( IP/08/1156 ), dall’attività del gruppo di alto livello della Commissione sulle biblioteche digitali e dalle esperienze acquisite con Europeana, la biblioteca digitale europea ( IP/09/1257 ).

L e riunioni d’informazione organizzate di recente dalla Commissione in merito all’intesa su Google Books hanno permesso di attirare l’attenzione sulla situazione anormale che potrebbe scaturire dalla sua approvazione, ovvero che l’elevato numero di opere europee presenti nelle biblioteche americane e che sono state digitalizzate da Google sarebbero a disposizione unicamente dei consumatori e dei ricercatori che operano negli Stati Uniti ma non di quelli attivi in Europa. Assicurare che gli europei dispongano di un accesso al proprio patrimonio culturale, pur garantendo che gli autori europei percepiscano un’equa remunerazione, è quindi un argomento di scottante attualità che richiederà risposte a livello europeo, come hanno di recente sottolineato insieme i commissari Viviane Reding e Charlie McCreevy ( MEMO/09/376 ).

Conservazione e diffusione digitali

La Commissione lancerà ora un dialogo fra parti interessate per trovare valide soluzioni affinché i diritti possano essere concessi in modo semplice e poco oneroso in modo da consentire una digitalizzazione su ampia scala e permettere alle collezioni delle biblioteche ancora protette da diritti d’autore di essere divulgate on line . Ciò riguarda al tempo stesso le opere esaurite e le opere orfane, ovvero le opere per le quali è impossibile identificare o localizzare il proprietario.

Opere orfane

La digitalizzazione e la diffusione delle opere orfane sollevano un problema culturale ed economico del tutto particolare poiché la mancanza di un titolare del diritto conosciuto significa che l’utente non può ottenere l’autorizzazione necessaria, ad esempio, per digitalizzare un libro. Le opere orfane costituiscono una parte non trascurabile delle collezioni in possesso delle istituzioni culturali europee (la British Library, ad esempio, calcola che il 40% delle sue collezioni protette dal diritto di autore siano orfane 1 ). La Commissione esaminerà ora più approfonditamente la questione mediante un’analisi d’impatto. L’obiettivo consiste nel trovare una valida soluzione a livello europeo per facilitare la digitalizzazione e la diffusione delle opere orfane nonché nel definire standard comuni di necessaria diligenza per riconoscere lo status di opere orfane in tutta l’Unione europea. I primi progressi in materia sono già stati compiuti grazie al progetto ARROW ( Accessible Registries of Rights Information and Orphan Works ), che riunisce biblioteche nazionali, società di gestione collettiva dei diritti ed editori e che è cofinanziato dalla Commissione europea nell’ambito del programma eContentplus (2,5 milioni di EUR). Questo progetto (lanciato nel mese di novembre 2008) vuole individuare i titolari dei diritti e chiarire la situazione di un’opera in termini di diritti d’autore, segnatamente nei casi in cui essa sia esaurita o qualora si tratti di un’opera orfana: “ il progetto ARROW, finanziato dall’Unione europea, rappresenta un primo passo per collegare i diversi registri dei diritti d’autore d’Europa e rendere più agevole l’individuazione dei titolari ”, hanno dichiarato oggi i commissari Viviane Reding e Charlie McCrevy. “ Noi esortiamo le biblioteche nazionali, le società di gestione collettiva e gli editori ad approfittare di questo inizio favorevole ed a collaborare con la Commissione nell’elaborazione di un sistema paneuropeo di registri dei diritti d’autore tale da favorire la concorrenza e che consenta l’autorizzazione transfrontaliera nell’ambito di un sistema di prezzi trasparente ed economico, garantendo al tempo stesso un’equa remunerazione degli autori ”.

Accesso ai portatori di handicap

I portatori di handicap fanno fron te a numerose difficoltà per accedere all’informazione. In particolar modo i non vedenti lamentano la mancanza di libri : solo il 5% delle pubblicazioni europee è infatti disponibile in formati che sono loro accessibili, situazione ulteriormente aggravata dalle restrizioni alla distribuzione transfrontaliera, anche fra paesi in cui si parla la stessa lingua. Un Forum costituito dalle parti interessate dedicato alle esigenze dei portatori di handicap, in particolare dei non vedenti, studierà le possibili soluzioni politiche, inclusi gli strumenti atti ad incoraggiare una commercializzazione di opere senza ostacoli in formato accessibile in tutta l’Unione europea.

Ulteriori informazioni sono disponibili su :

http://ec.europa.eu/internal_market/copyright/copyright-infso/copyright-infso_en.htm

http://ec.europa.eu/information_society/newsroom/cf/itemlongdetail.cfm?item_id=5332

Informazioni sulle iniziative europee nel settore delle biblioteche digitali:

http://ec.europa.eu/information societ/activities/digital libraries/index en.htm

Informazioni sul progetto ARROW finanziato dall’UE:

http://ec. europa.eu/avpolicy/docs/reg/cinema/june09/arrow.pdf

Per ulteriori informazioni

Oliver DREWES: 02/299.24.21

Martin SELMAYR: 02/298.12.30

Mina ANDREEVA: 02/299.13.82

Catherine BUNYAN: 02/299.65.12

Google risponde alle accuse di due giganti dell’informazione, Rupert Murdoch e Guardian Media Group, che lo accusavano di peggiorare la già difficile situazione dei giornali online, proponendo un modello simile al download di mp3 su iTunes Music Store: acquistare ogni singola notizia con dei micropagamenti gestiti da Google Checkout. Google Checkout è il sistema di pagamenti online, rivale del più noto PayPal, lanciato tre anni fa e rimasto desolatamente in secondo piano.

Nel futuro dell’informazione online secondo Google, ogni news sarà a pagamento: il lettore potrà vederne un breve estratto e, se vorrà accedere all’intera notizia, dovrà effettuare un micropagamento. Il sistema è del tutto simile a quello che consente di acquistare le singole canzoni dai vari negozi online, iTunes Music Store in testa: piccole somme di denaro in cambio di un singolo servizio. In questo caso, una notizia. Il gigante di Mountain View promette così di trasformare il suo sistema di pagamento, Google Checkout appunto, in un sistema di micropagamento molto più flessibile e adatto al trasferimento di somme ridotte, senza che le spese per il servizio superino l’importo dell’acquisto.

Rimane da capire cosa ne pensano gli utenti, e se saranno disposti a pagare, anche se piccole somme, per usufruire di informazioni fin’ora gratuite. Qual’è il vostro parere? saresti disposto a pagare piccole somme per leggere notizie di qualità?

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